Dipendenza affettiva: la ricerca di calore

Durante le sedute di psicoterapia emerge spesso nelle persone che ascolto un importante bisogno di calore umano. Proprio quel calore che difficilmente si è sperimentato nel rapporto con un genitore in un passato lontano. La persona con dipendenza affettiva viene “agganciata” da un partner che, inizialmente, sazia quella fame di gesti di affetto, attenzioni, coccole e conferme di essere unica e speciale. Affida così ad un altro la responsabilità di riempire una mancanza rimasta a lungo insoddisfatta. Con il trascorrere del tempo, nutrito dalle lusinghe e da quel calore, il dipendente affettivo si prodiga per mantenere quella indispensabile fonte di tepore, sicuro di creare un credito in termini di affetto: si lancerebbe anche nelle fiamme dell’Inferno per non avvertire più quel freddo intollerabile. L’impegno intenso profuso nella relazione è di frequente motivo di distrazione dal proprio mondo di rapporti e di passioni: ogni energia viene spesa per controllare e rinforzare il legame e sollecitare la conferma del proprio valore. In nome di questo amore disfunzionale, si accettano briciole di tempo e di affetto, manipolazioni, umiliazioni e mortificazioni. Ci si adatta sempre un po’ di più nell’attesa che il partner si impegni a corrispondere all’ideale immaginato. Nella relazione si riattiva il copione del bambino (o della bambina) non visto, disposto a fare tutto il possibile per ottenere un po’ di calore. La parte adulta che risiede nella persona con dipendenza affettiva tenderà ad ignorare il bisogno e la fatica di quella parte bambina, così come è già accaduto in passato. Tuttavia, quel bambino (o bambina) potrà essere riscaldato solo dal fuoco che noi stessi saremo in grado di accendere.

Dipendenza affettiva e violenza di genere

Ogni giorno ascolto le storie di donne che vivono e sopportano abusi fisici e psicologici, che rimangono impigliate nelle trame di amori tossici, manipolatori e pericolosi.

Perchè non lasciano il loro carnefice? La risposta non è così scontata.
Mi occupo da diversi anni di dipendenza affettiva, che si traduce nella difficoltà di allontanarsi da una situazione malsana a causa di numerose implicazioni psicologiche.

Parliamo di donne che tendono ad annullare se stesse e i propri bisogni per investire tutte le energie nella relazione e nella dedizione assoluta al partner, che dimostrano un attaccamento ossessivo nei confronti di un uomo disturbato e problematico, di cui non riescono a liberarsi, in quanto hanno necessità della relazione come di una droga.

Sono donne che hanno un immenso bisogno di amore, di attenzioni e di conferme che non hanno ricevuto in modo appropriato nelle relazioni genitoriali e che da adulte richiedono alla persona sbagliata, convinte che, prima o poi, il partner sarà in grado di offrire loro ciò per cui sono disposte a sopportare ogni tipo di angheria. Sono donne che non hanno conosciuto la protezione e che non hanno imparato a proteggersi, che hanno il terrore di essere abbandonate e di perdere il motivo della loro esistenza. Perchè senza la relazione con il partner devono affrontare la loro inesistenza e un vuoto intollerabile.

A volte il quadro si complica quando si palesano vincoli economici, culturali e obblighi familiari, quando la donna viene isolata dalla rete familiare, amicale e lavorativa, quando emerge il timore di ripercussioni di fronte al tentativo di affrancarsi dalla relazione violenta e di denunciare la propria condizione.

Scegliere di salvare se stesse è difficile finchè si è impegnate a salvare gli altri. Ma non impossibile.

Insonnia e dintorni. Quale cura?

Cos’è l’insonnia? La risposta è semplice: l’insonnia consiste nella perdurante incapacità di dormire. Quasi tutti abbiamo sperimentato nella vita alcune notti o periodi più o meno prolungati in cui ci è risultato difficoltoso addormentarci, mantenere il sonno costante senza risvegli o evitare di svegliarci molto prima rispetto all’ora della sveglia impostata. In ogni caso, è bene ricordare che l’insonnia si distingue dal cattivo sonno per alcuni precisi criteri: se persiste da qualche giorno a qualche settimana, è in fase acuta e può essere definita come situazionale; se perdura da più di tre mesi, si tratta di un disturbo cronico. Se il tempo che trascorriamo a letto senza addormentarci  e/o il tempo totale dei risvegli notturni superano i 30 minuti per tre o più volte a settimana, possiamo parlare di insonnia. Importante diventa anche la stima soggettiva delle ripercussioni sulle attività diurne successive alla carenza di sonno. L’insonnia primaria si presenta come unico disturbo del sonno rilevabile, mentre l’insonnia secondaria si manifesta come uno dei sintomi di disturbi psicologici o di malattie organiche.

Solitamente, chi vive questo problema diventato cronico, avverte una forte preoccupazione e sfiducia nei confronti della propria capacità di dormire. Introducendo una metafora, l’insonne si presenta come un guidatore ansioso, alle prime armi: l’attenzione pronunciata verso stimoli interni o esterni, l’intenzionalità e lo sforzo teso a compiere una determinata azione offrono il loro contributo al processo che inibisce il sonno. Inoltre, alcune credenze disfunzionali relative al sonno possono concorrere a mantenere il disturbo. Quindi, per la persona il sonno risulta insoddisfacente e determina importanti conseguenze nella vita quotidiana, intese come stanchezza, malumore e difficoltà cognitive.

Allora, se l’insonnia diventa un problema rilevante, cosa si può fare? Per prima cosa, è consigliabile rivolgersi a professionisti esperti nell’ambito dei disturbi del sonno. In caso di insonnia in fase acuta, i farmaci ipnoinducenti possono contribuire alla risoluzione del problema. In caso di insonnia cronica, il trattamento con il Protocollo CBT-I agisce sui fattori perpetuanti che mantengono il disturbo e consiste in un trattamento breve centrato sul sintomo. Dopo una approfondita valutazione diagnostica, si propongono alla persona interventi diversificati, volti al miglioramento del sonno e ad aumentare la percezione di poter gestire efficacemente il problema.

Bibliografia:

Devoto A., Violani C., Curare l’insonnia senza farmaci, 2009, Roma, Carocci editore

Assertività: ridisegnare i confini nelle relazioni

“…se non si fissano dei limiti chiari, se non si è in grado di esprimere i propri desideri e di dire all’altro <tu inizi dove io finisco>, nessun posto appartiene a qualcuno.”

(M. Elkaim)

 

Cos’è l’assertività? Questa parola deriva dall’inglese to assert, che, in origine, trovava il suo significato nell’espressione mettere uno schiavo in libertà. In questo caso, essere liberi corrisponde alla possibilità di scegliere responsabilmente. In sostanza, possiamo descriverla come la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e i propri punti di vista, rispettando i diritti e i desideri dell’interlocutore.
Vi è mai capitato di sentirvi a disagio a posteriori perché, in una determinata situazione, non avete risposto ad una critica, non avete avuto il coraggio di rifiutare una proposta o avete interagito in modo offensivo e provocatorio?
La comunicazione assertiva si pone come “la via di mezzo” o il giusto dosaggio tra uno stile comunicativo passivo e uno stile comunicativo aggressivo. Si tratta di saper ascoltare le proprie emozioni, di imparare a dire di no e di ritracciare i confini della relazione, evitando, tuttavia, di aggredire o provocare l’altra persona.
Assumere un comportamento assertivo ci permette, da una parte, di migliorare la comunicazione all’interno dei rapporti familiari, sentimentali, lavorativi, amicali e della vita quotidiana e, dall’altra parte, di potenziare la sfera dell’autostima, cioè la stima che sentiamo di avere nei nostri confronti.

L’obiettivo consiste nel difendere i propri diritti e le proprie opinioni, tenendo in considerazione quelli altrui, per stare meglio con se stessi e con le persone che ci circondano.

Ognuno di noi può interagire tendenzialmente adottando uno dei tre stili comunicativi, ma, a seconda della situazione o del tipo di relazione con determinate persone, il nostro comportamento può oscillare verso altri stili.

Entriamo nel dettaglio: chi manifesta un atteggiamento passivo, avrà la propensione ad ignorare le proprie esigenze, i propri stati d’animo, i propri diritti e doveri, non riuscendo a dimostrare in modo adeguato a se stesso e agli altri quello che sa fare e quello che vale. Il senso di svalutazione può trasformarsi facilmente in frustrazione, insoddisfazione, ansia e depressione. Al contrario, chi comunica in maniera aggressiva, vorrà soddisfare o rendere soddisfatte da altri i propri bisogni e i propri desideri ad ogni costo. Agendo così, probabilmente conseguirà il suo obiettivo, ma rischiando di compromettere relazioni importanti e di non essere spesso contento di se stesso. La persona che utilizza una comunicazione assertiva esprime desideri, esigenze e diritti, cercando di non intaccare quelli degli altri e bilanciando aggressività e passività in base alle circostanze. Pensiamo a come potremmo comportarci se una persona ci minacciasse con un’arma o se una persona diventasse insistente per vendervi qualcosa. In questi casi l’assertività può avvalersi di strategie passive o aggressive.

Una buona notizia: la comunicazione assertiva può essere migliorata con l’esercizio, nei limiti delle nostre caratteristiche fondamentali e delle nostre esperienze di vita. In primo luogo, occorre imparare a distinguere i tre stili comunicativi impiegati da noi e dagli altri e a riconoscere la rilevanza delle nostre emozioni, opinioni, pensieri e diritti. In secondo luogo, è utile capire in quali situazioni e con quali persone ci è difficile essere assertivi e per quale motivo: a mano a mano apparirà sempre più chiaro quello che ci ostacola nel difendere i nostri interessi. In terzo e ultimo luogo, diventa importante allenarsi e sperimentare nuove strategie di comunicazione che ci aiutino a ridisegnare i confini all’interno delle relazioni. Se gli spazi non sono ben delineati, è facile che l’interlocutore invada il nostro spazio o si ritragga di fronte alla nostra irruenza.

 

BIBLIOGRAFIA:

Elkaim M. (2010), Come sopravvivere alla propria famiglia, Le Comete Franco Angeli, Milano.

Giannantonio M. (2010), Mi vado bene?, Erickson, Trento.

Slides del corso: Protocollo per tenere un training sull’assertività della Dott.ssa Teresa Montesarchio.

Il paradosso del figlio genitorializzato

Il paradosso consiste nel fatto che il bambino che si è sempre comportato ed è stato trattato da adulto, quando diventa tale fattivamente, ha difficoltà a comportarsi da “grande”.

I figli con un ruolo genitoriale faticano a livello psicologico a lasciare la famiglia d’origine e ad affrontare le tappe che consentono il passaggio allo stato di adulto. Essi trovano difficile cominciare la propria vita autonoma poiché sono cresciuti con il fardello della responsabilità nei confronti della propria famiglia: si sentono ancora indispensabili per i genitori e ritengono che questi ultimi non siano in grado di cavarsela da soli. Avvertono di avere ancora un grosso debito da ripagare alle figure genitoriali prima di dedicarsi alle proprie faccende e ai propri bisogni. Forti sono in questi casi il senso di colpa e la sensazione di essere egoisti, qualora ottengano un successo o riescano a conseguire un obiettivo. La loro vita e la loro carriera potranno rimanere nell’incompletezza e nella precarietà per molto tempo e i successi possono produrre in loro ansia e depressione piuttosto che gioia e felicità. Inoltre, sperimentano un grande senso di inadeguatezza dal momento che, in realtà, non sono stati in grado di soddisfare le esigenze dei loro genitori per la loro giovane età ed inesperienza (la loro si è dimostrata una pura e semplice illusione) e nutrono una sensazione di vuoto a causa delle carenze in termini di cure ed affetto da parte dei genitori.

I figli genitorializzati non sanno come comportarsi quando hanno bisogno di aiuto o quando qualcuno cerca di sostenerli. Nelle relazioni affettive in età matura si struttura un dare e un ricevere che mettono in difficoltà queste persone che non hanno mai imparato a ricevere. Inoltre, l’intimità può generare disagio perché essa comporta la condivisione della responsabilità e del controllo della situazione, anche solo per un breve periodo di tempo. Facilmente i figli genitorializzati possono scegliere rapporti che precludano l’intimità ed il coinvolgimento e che siano caratterizzati da promiscuità o superficialità.

Queste persone raramente presentano un senso realistico del proprio potere. Dal momento che, quando sostituiscono gli adulti, assumono troppa importanza per i genitori e condizionano massicciamente il loro benessere, essi talvolta non possiedono una percezione aderente alla realtà della propria importanza ed influenza sugli altri individui. Questo perché nella relazione privilegiata con i genitori sono stati abituati a risollevare la debole autostima degli adulti, ad occuparsi della loro labilità emotiva o a prendere decisioni al loro posto.

I figli che hanno trascorso l’infanzia ad esercitare le funzioni proprie di un adulto, hanno in qualche modo perso la possibilità di essere bambini: questo potrebbe rappresentare un vuoto colmabile con più difficoltà.

I bambini possono essere un valido sostegno per i genitori, soprattutto in seguito ad un evento stressante. Il loro coinvolgimento, tuttavia, dovrebbe essere occasionale affinchè non si instauri una relazione in cui i ruoli risultano invertiti. Sebbene i bambini siano fortemente legati ai genitori e provino il desiderio di aiutarli, essi però non hanno le capacità e gli strumenti per assolvere a questa funzione come se fossero degli adulti. Questo anche perché i figli faticheranno ad allontanarsi dalla famiglia, se avranno la percezione di essere l’unico collante nella relazione tra i genitori o l’unico sostegno per il genitore che vive in una condizione di disagio. Tale situazione, può avere importanti ripercussioni sulla loro vita e sulla modalità di stabilire altri rapporti.

BIBLIOGRAFIA:

TEYBER, E. (1996), Aiutare i figli ad affrontare il divorzio. Bologna, Edizioni Calderini.

La famiglia d’origine e le relazioni significative

Spesso ci chiediamo da cosa dipendono i nostri attuali comportamenti quando ci relazioniamo con persone significative. E, d’altra parte, da cosa dipendono i comportamenti degli altri nei nostri confronti.

Ogni individuo è parte integrante di una rete di relazioni con famigliari, partner, amici, colleghi di lavoro e via discorrendo. All’interno di questi rapporti, tutti abbiamo delle reazioni fisiche ed emotive interagendo con il prossimo, anche se talvolta non ce ne accorgiamo. Non ce ne rendiamo conto perché alcune risposte fisiche ed emotive sono ormai consolidate nel tempo e fanno parte della nostra memoria implicita.

Dove ha origine tutto questo? Nella nostra famiglia, intesa come sistema di appartenenza, si crea e si condivide tra i membri un complesso di valori che indirizzano il soggetto verso determinate risposte comportamentali e verso la ricerca di significati nell’ambiente che siano intelligibili per lui (sono intelligibili quelli appresi). Continuando ad osservare il mondo e le persone attraverso “specifiche lenti”, si sedimentano in noi alcune conoscenze relazionali di cui non siamo più consapevoli e che riguardano tutte quelle aspettative rispetto ai legami che ognuno di noi sviluppa in seguito a ripetute esperienze.

Quale elemento gioca un ruolo cruciale in questi processi? Senz’altro l’emozione rinforza il ricordo di interazioni passate e conferisce una struttura ai nostri sistemi di valori. La regolazione affettiva matura all’interno del contesto dei primi legami e si fonda sulla sincronizzazione e sulla risonanza che si produce nelle relazioni di accudimento tra caregiver (figura che si prende cura) e bambino. Di conseguenza, in famiglia si creano le prime matrici di significato, tendenzialmente stabili, che, tuttavia, possono modificarsi attraverso le successive esperienze relazionali. Inoltre, nell’ambito familiare viene non espressamente concordata dai membri una serie di regole che prescrivono o limitano il comportamento individuale. Tali regole organizzano le interazioni in modo tale che sia preservata la stabilità (funzionale o meno) della famiglia. Tuttavia, ogni nucleo familiare è sottoposto a stimoli esterni che, a seconda delle credenze e dei valori condivisi, possono ampliare i margini di cambiamento. Se, però, gli stimoli non producono effetti importanti, il sistema ripiega sui profili consolidati, come se obbedisse ad un impianto di retroazione (pensiamo metaforicamente ad un termostato).

Nel mondo esterno ognuno di noi cerca e trova conferme di quanto appreso nei rapporti con gli altri e in come si sente percepito da loro. Pertanto, vi è una stretta interdipendenza tra la dimensione soggettiva e l’ambito interpersonale nella costruzione della nostra identità. Laddove la coerenza tra questi due elementi venga avvertita, ad un certo punto, come carente o minacciata, è possibile che compaiano vissuti di disagio.

Certo, cambiare i modelli derivati dal passato è spesso difficile: si tratta di rompere un’abitudine rinsaldata giorno dopo giorno per anni, che rappresenta ora una parte basilare della nostra vita. Ciò che si sperimenta da bambini diventa familiare. E il potere del “familiare” è molto tenace, a volte più forte del desiderio di cambiare.

Tuttavia, la persona che prova un malessere relazionale trova sollievo nel momento in cui ha l’opportunità di aumentare la propria flessibilità nel repertorio comportamentale e la consapevolezza delle proprie emozioni, senza inficiare la coerenza del sistema conoscitivo e di valori del soggetto. La sintonizzazione affettiva che si instaura con uno psicoterapeuta può consentire lo sviluppo di un nuovo e più efficiente sistema di regolazione emotiva e di una potenziale fonte di crescita relazionale. La psicoterapia, come altre intense esperienze di legame, introduce elementi di novità che destabilizzano le reazioni consolidate, prospetta differenti significati ed allenta i vincoli conoscitivi sedimentati nella memoria implicita.

 

BIBLIOGRAFIA:

Satir V. (2005), In famiglia…come va?, Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme (AL).

Tramonti F., Fanali A. (2013), Identità e legami, Giunti, Firenze.

Ambiti di intervento psicologico e psicoterapeutico

Ciascuno vede ciò che si porta nel cuore (J.W. Goethe)

Il mio lavoro consiste nell’accompagnare le persone che si rivolgono a me lungo un percorso finalizzato trovare o ad aumentare il benessere e la qualità della vita. In questa prospettiva, offro un aiuto concreto a coloro che attraversano un periodo di difficoltà, a coloro che intendono affrontare una determinata sintomatologia psicologica o a coloro che desiderano conoscere meglio se stessi ed incrementare le proprie risorse personali.

Leggi tutto

L’orientamento sistemico-relazionale

Le sofferenze familiari, come gli anelli di una catena, si ripetono di generazione in generazione finché un discendente acquista consapevolezza e trasforma la sua maledizione in una benedizione (A. Jodorowsky) 

L’orientamento che seguo si focalizza sul comportamento dell’individuo (ma anche della coppia e della famiglia), centrando l’attenzione sull’ambiente in cui è vissuto e vive, sul sistema in cui è inserito e sulla rete di relazioni significative di cui fa parte.

Leggi tutto

Chi è lo psicologo? Chi è lo psicoterapeuta?

Chi è lo psicologo? Chi è lo psicoterapeuta?

Lo psicologo è un professionista che si occupa del benessere delle persone: in ambito clinico, può supportarle nella ricerca o nel potenziamento di risorse personali per aumentare la qualità della vita o può aiutarle ad affrontare eventi critici o situazioni prolungate di disagio, offrendo loro sostegno psicologico. Lo psicologo ha una laurea in Psicologia, è abilitato alla pratica della professione dopo aver superato l’Esame di Stato ed è iscritto all’Ordine degli Psicologi della regione di appartenenza (tale iscrizione gli permette di svolgere l’attività psicologica).

Lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico che ha continuato la formazione e si è specializzato, dopo ulteriori 4/5 anni, in Psicoterapia, seguendo uno specifico orientamento. Lo psicoterapeuta si occupa di incrementare il benessere o di intervenire su stati di sofferenza psichica, anche molto intensa, utilizzando determinate tecniche o combinazioni di tecniche psicoterapeutiche, che riflettono l’unicità dell’impostazione teorica di riferimento.

Lo psicologo e lo psicologo-psicoterapeuta non possono prescrivere farmaci. Lo psichiatra tratta i disturbi psichici e le patologie mentali attraverso l’utilizzo di farmaci.

Dipendenza affettiva

Più amore e attenzioni riserviamo a noi stesse, meno facilmente permetteremo a qualcun altro di maltrattarci (R. Norwood)

Cos’è la dipendenza affettiva?

Da diversi anni mi occupo di dipendenza affettiva.
Ho incontrato donne e uomini in cerca di un amore, condizionato dalla paura del rifiuto, dell’abbandono e della solitudine. In nome di questo amore, hanno accettato ciò che per loro era inaccettabile hanno sacrificato i loro bisogni per rispondere a quelli dell’altra persona e nella relazione vedono la risoluzione ai loro problemi (anche se la relazione stessa è fonte di problemi).

La dipendenza affettiva rientra tra le new addictions e può essere definita come un particolare tipo di dipendenza, in quanto non presenta un oggetto materiale su cui concentrare l’attenzione, come accade per le altre dipendenze.

Questa forma patologica di amore, conosciuta anche come mal d’amore, si traduce, allora, nella necessità impellente di essere riconosciuti all’interno di una relazione e di ottenere conferma del proprio valore e della propria esistenza attraverso un’altra persona.
Ci si aggrappa al legame affettivo, in quanto si è impossibilitati ad offrire quello stesso amore e riconoscimento a se stessi. Se il partner o la persona da cui ci si sente dipendenti, si allontana, un profondo senso di vuoto e di angoscia induce il dipendente affettivo ad essere disposto a tutto pur di riattivare il contatto e il rapporto, in un gioco che diventa, spesso, senza fine.