
Il paradosso consiste nel fatto che il bambino che si è sempre comportato ed è stato trattato da adulto, quando diventa tale fattivamente, ha difficoltà a comportarsi da “grande”.
I figli con un ruolo genitoriale faticano a livello psicologico a lasciare la famiglia d’origine e ad affrontare le tappe che consentono il passaggio allo stato di adulto. Essi trovano difficile cominciare la propria vita autonoma poiché sono cresciuti con il fardello della responsabilità nei confronti della propria famiglia: si sentono ancora indispensabili per i genitori e ritengono che questi ultimi non siano in grado di cavarsela da soli. Avvertono di avere ancora un grosso debito da ripagare alle figure genitoriali prima di dedicarsi alle proprie faccende e ai propri bisogni. Forti sono in questi casi il senso di colpa e la sensazione di essere egoisti, qualora ottengano un successo o riescano a conseguire un obiettivo. La loro vita e la loro carriera potranno rimanere nell’incompletezza e nella precarietà per molto tempo e i successi possono produrre in loro ansia e depressione piuttosto che gioia e felicità. Inoltre, sperimentano un grande senso di inadeguatezza dal momento che, in realtà, non sono stati in grado di soddisfare le esigenze dei loro genitori per la loro giovane età ed inesperienza (la loro si è dimostrata una pura e semplice illusione) e nutrono una sensazione di vuoto a causa delle carenze in termini di cure ed affetto da parte dei genitori.
I figli genitorializzati non sanno come comportarsi quando hanno bisogno di aiuto o quando qualcuno cerca di sostenerli. Nelle relazioni affettive in età matura si struttura un dare e un ricevere che mettono in difficoltà queste persone che non hanno mai imparato a ricevere. Inoltre, l’intimità può generare disagio perché essa comporta la condivisione della responsabilità e del controllo della situazione, anche solo per un breve periodo di tempo. Facilmente i figli genitorializzati possono scegliere rapporti che precludano l’intimità ed il coinvolgimento e che siano caratterizzati da promiscuità o superficialità.
Queste persone raramente presentano un senso realistico del proprio potere. Dal momento che, quando sostituiscono gli adulti, assumono troppa importanza per i genitori e condizionano massicciamente il loro benessere, essi talvolta non possiedono una percezione aderente alla realtà della propria importanza ed influenza sugli altri individui. Questo perché nella relazione privilegiata con i genitori sono stati abituati a risollevare la debole autostima degli adulti, ad occuparsi della loro labilità emotiva o a prendere decisioni al loro posto.
I figli che hanno trascorso l’infanzia ad esercitare le funzioni proprie di un adulto, hanno in qualche modo perso la possibilità di essere bambini: questo potrebbe rappresentare un vuoto colmabile con più difficoltà.
I bambini possono essere un valido sostegno per i genitori, soprattutto in seguito ad un evento stressante. Il loro coinvolgimento, tuttavia, dovrebbe essere occasionale affinchè non si instauri una relazione in cui i ruoli risultano invertiti. Sebbene i bambini siano fortemente legati ai genitori e provino il desiderio di aiutarli, essi però non hanno le capacità e gli strumenti per assolvere a questa funzione come se fossero degli adulti. Questo anche perché i figli faticheranno ad allontanarsi dalla famiglia, se avranno la percezione di essere l’unico collante nella relazione tra i genitori o l’unico sostegno per il genitore che vive in una condizione di disagio. Tale situazione, può avere importanti ripercussioni sulla loro vita e sulla modalità di stabilire altri rapporti.
BIBLIOGRAFIA:
TEYBER, E. (1996), Aiutare i figli ad affrontare il divorzio. Bologna, Edizioni Calderini.